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Frammenti di un ipocondriaco

“La cosa importante qui, ragazzi, non è il motivo apparente dei vostri pensieri, ma la causa scatenante che determina un vortice di idee non volute. Masochiste. Angoscianti. Inarrestabili”. E’ seduto a gambe incrociate sul ciglio di una strada e fissa gli occhi dei suoi cani, che lo ascoltano con placida serenità.

“Ragazzi, la cosa importante è ascoltare sé stessi senza che questo abbia un senso. Perché tutto ha un senso.” Inspira, deglutisce e colpisce una zanzara che sta per pungerlo.

“Fatelo e basta. Accarezzate l’ansia, coccolate i brividi dei pensieri e iniziate a pensare in maniera del tutto diversa.” La zanzara lascia un alone rosso sulla sua mano.

“Io lo so che è possibile. Io lo so che non ho l’aids e domani non mi sveglierò con un melanoma.” Uno dei cani lecca l’alone di sangue.

“Cerco di focalizzarmi sull’autocoscienza. Ohm, Ohm, Ohm. Sto cercando di farlo davvero, perché il medico è stato chiaro: è tutto nella mia testa! E alla mia testa imploro di smetterla. Smettere di soffocarmi e stringere la gola in una morsa che non mi fa respirare. Smettere di farmi cadere i capelli per creare il timore di tutto ciò che timore non è. Smettila, cazzo!” Mette il dito sulla puntura e inizia a grattarsi senza sosta.

“Eppure non respiro e con buone probabilità avrò un tumore ai polmoni, perché fumo un pacchetto di sigarette al giorno. Se solo non avessi iniziato, ora non sarei malato. Ecco ci risiamo, sto pensando. Non devo pensare, cristo! E voi non dovete tirare, merda…”. Fa una pausa. I cani tirano il guinzaglio verso la strada.

In un attimo è in strada e capisce che le sue paure facevano parte di sé: “la chiave… si, ecco… il quid che in pochissimi comprendono è che tutto sta nella paura di non essere adeguati. Verso gli altri, verso sé stessi. Verso la vita, anche. Si anche quello” e libera la mente in maniera sorprendente, ma una macchina cancella tutta la sua nuova libertà.

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Volare

“…Ad un bambino darei delle ali, ma lascerei che impari a volare da solo…” 

Gabriel Garcia Marquez


Prendere sul serio l’immaginazione

E’ il motto di Jane Echelman, che crea gigantesche nuvole fluttuanti nel cielo. Gli elementi essenziali? Vento, luce, reti da pesca e tanta, tanta immaginazione. E’ così che un antico mestiere come la pesca si unisce alle più moderne tecnologie e veste di nuovo gli scorci di una città.

Come una poesia sussurrata al vento.

 


Infografiche

1_I numeri di Pinterest

2_La galassia dei gruppi e delle società di comunicazione in Italia

3_Facebook: le statistiche e i dati sugli utenti registrati per capoluogo di regione

4_Cosa succede su internet ogni 60 secondi

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Che cos’è lo sguardo?

Una freccia più aguzza della lingua
la corsa da un estremo all’altro
dal più profondo al più lontano
dal più scuro al più chiaro

un rapace

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Accade che in un martedì di ordinaria normalità fuggo dalla monotonia e vado ad ascoltare le gesta di Jeff Gomez, acclamato guru della transmedia storytelling (sala strapiena: quindi streaming in caffetteria + calice di vino…).

Premesso che pronunciare la parola guru mi indispone un po’ perchè è un termine molto inflazionato, ammetto che Jeff Gomez ha tutte le carte in regola per essere definito il maestro indiscusso della brand extension.

Detto questo, ha ancora senso parlare di narrativa tradizionale nell’era del voyeurismo digitale? Forse si, ma preferisco immaginarmi una storia con diversi punti d’accesso in cui produzione e consumo diventano lo specchio di un’era dedicata alla condivisione.

E’ così che un libro si trasforma in un film animato che, a sua volta, diventa un videogioco o un fumetto interattivo…


“Visual journalism means a combination between graphic and narrative. So, it is at the same time representation but also an interpretation of reality to develop an idea” spiega in questa splendida intervista l’art director e information designer Francesco Franchi, che utilizza l’infografica come elemento caratterizzante della rivista IL - Intelligence in Lifestyle.

Il risultato? Percorsi, copertine e mappe letterarie che “funzionano dove le parole non funzionano” . Ispirato dal sociologo viennese Otto Neurath, il suo lavoro rappresenta la perfetta fusione di forma ed equilibrio, arte e informazione, poesia e attualità. 


Holstee Manifesto: la vita come un sogno

Ieri sera ho sentito una persona lontana, ma molto vicina al mio cuore. Mi ha fatto così bene che stamattina mi sono svegliata, ho stropicciato gli occhi e ho sorriso. Ci sono giorni così, giorni in cui non ti importa nulla di ieri e neanche di domani.

Giorni frizzanti, pacifici, in cui ti basta una tazza di tè e una crostatina inzuppata nel latte per sentire di poter fare TUTTO. Alzarti dieci minuti dopo, cantare sulla tazza del water, mettere i calzini al contrario e chiacchierare di Costa Crociere col portinaio russo…

Giorni leggeri, veloci (o incredibilmente lenti) in cui ti ricordi che la vita va vissuta proprio come se fossi in un un sogno. Avete presente quella sensazione che ti fa dire sono felice! Perchè?! Non so… Ecco, oggi è proprio uno di quei giorni. La vita va presa con spensieratezza, proprio come ci suggerisce il manifesto di Holstee. Ne sono certa.



Tshirterie | intervista a Rosita e Antonio

Ogni mattina mi sveglio dieci minuti prima dell’ora X e indosso un vestito che mi va agenio. Questo è un fatto. Mamma dice che non valorizzo la mia bellezza e la mia dolce metà lancia tanti piccoli segnali in incognito che conducono al messaggio osa di più. Ogni tanto ci provo e quando succede scopro sempre qualcosa che sarebbe fatta apposta per me…

Semplice, ma strana. Creativa, ma portabile. Comoda, allegra e un po’ eccentrica (quel tanto che basta per accontentare la mamma, il fidanzato e il mio ego). Questa volta ho scoperto e intervistato Tshirterie, un progetto che ha tutte le caratteristiche per piacermi: semplicità, funzionalità e, soprattutto, quell’energia che, come una specie di piccola magia creativa, accompagna un capo che vedi e DEVI subito indossare, perchè è simile a te e parla il linguaggio del tuo mondo.

Ciao Antonio, Rosita, di dove siete?
Antonio: Latina.
Rosita: Campobasso.

Quando è iniziato il progetto Tshirterie? 
TShirterie sta per compiere il suo primo anno di vita. A fine febbraio festeggeremo il suo compleanno.

Perchè avete scelto questo nome? 
Questo è un quesito che ci pongono in molti… Ci piacerebbe replicare, anche se non è di buon costume, con un’altra domanda: “E’ un nome tanto strano?”. Per quel che ci riguarda questo nome ci è venuto così dal nulla e ce ne siamo innamorati per la sua ridondanza.

Tshirt abbinate a gioielli colorati, strani, vistosi. Qual è il motivo di questa scelta?
TShirterie e UNIQUE sono due collezioni che si contaminano tra di loro. E’ difficile per noi pensare ad abbinamenti: in realtà alla base di ogni collezione c’è una storia, questa storia viene riprodotta graficamente sulle tees e trasposta nei bijoux…


Una maglietta pesa quanto… 
Una maglietta pesa quanto… una contraddizione.

Cosa c’è sul tuo tavolo da lavoro? 
Antonio: Una lampadina bruciata, otto bicchieri sporchi di caffè in pila e tanti postit per ricordarmi le cose che non farò mai.
Rosita: Una collezione di pantoni esausti, pietre, perle, piume e qualsiasi accessorio utile per creare una collana.

Matita o mouse?
Antonio: mouse + penna grafica.
Rosita: matita + ago e filo.

Tela bianca o tavolozza di colori? 
Ne l’uno ne l’altro…  Una parete bianca, metri di scotch e quintali di foto. Il nostro processo creativo è molto vecchio stampo: tutto parte dal moodboard che deve essere necessariamente visibile da entrambi e molto, molto grande.
E’ proprio nel momento in cui attacchiamo, stacchiamo e avviciniamo le foto che raggiungiamo il nostro climax creativo e riusciamo ad elaborare la nostra storia.
Ovviamente durante questo meta-scambio di idee è presente una playlist fatta ad hoc per la collezione. In effetti nasce prima la nostra selezione musicale che l’idea di collezione…


Il light painting tra Oriente e Occidente

Pensi a comunicazione e di questi tempi dici digital senza pensarci un attimo. E invece Julien Breton si è inventato un linguaggio ancora più immediato della comunicazione web: un alfabeto arabo realizzato esclusivamente con scatti a lunga esposizione.

Grazie alla tecnica del light painting (una moderna tela con calamaio), crea parole che fluttuano nell’aria e restituiscono un intreccio di immagini suggestive e fluorescenti.

Il risultato è un’esperienza visiva che ricorda il fascino dell’Oriente e le linee sintetiche dell’Occidente. 

E per dirla con parole sue:

Quello che provo a fare con il mio lavoro, è creare un ponte tra la cultura araba e quella occidentale: una connessione tra due culture spesso in conflitto.

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The Photoshop Etiquette Manifesto

Quando hai voglia di sognare, non c’è niente come Photoshop a tentarti. Cancella, accorcia, illumina, taglia, sposta: qualche clic e si apre un mondo di colori che viene serendipicamente verso di te, proprio al momento giusto.

Ecco perchè ho iniziato una bella ripassatina con questo meraviglioso manuale online: The Photoshop Etiquette Manifesto, un vero e proprio vademecum per chi, come me, è ancora al livello padawan o smanetta già come i migliori Jedi Grand Master (e magari sa già fare queste magie….).


I gadget del 2011

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Haruki Murakami, Jazz Messenger

youmightfindyourself:


Haruki Murakami at his jazz bar, Peter Cat, in Sendagaya, Tokyo, 1978.

I never had any intention of becoming a novelist — at least not until I turned 29. This is absolutely true.

I read a lot from the time I was a little kid, and I got so deeply into the worlds of the novels I was reading that it would be a lie if I said I never felt like writing anything. But I never believed I had the talent to write fiction. In my teens I loved writers like Dostoyevsky, Kafka and Balzac, but I never imagined I could write anything that would measure up to the works they left us. And so, at an early age, I simply gave up any hope of writing fiction. I would continue to read books as a hobby, I decided, and look elsewhere for a way to make a living.

The professional area I settled on was music. I worked hard, saved my money, borrowed a lot from friends and relatives, and shortly after leaving the university I opened a little jazz club in Tokyo. We served coffee in the daytime and drinks at night. We also served a few simple dishes. We had records playing constantly, and young musicians performing live jazz on weekends. I kept this up for seven years. Why? For one simple reason: It enabled me to listen to jazz from morning to night.

I had my first encounter with jazz in 1964 when I was 15. Art Blakey and the Jazz Messengers performed in Kobe in January that year, and I got a ticket for a birthday present. This was the first time I really listened to jazz, and it bowled me over. I was thunderstruck. The band was just great: Wayne Shorter on tenor sax, Freddie Hubbard on trumpet, Curtis Fuller on trombone and Art Blakey in the lead with his solid, imaginative drumming. I think it was one of the strongest units in jazz history. I had never heard such amazing music, and I was hooked.

A year ago in Boston I had dinner with the Panamanian jazz pianist Danilo Pérez, and when I told him this story, he pulled out his cellphone and asked me, “Would you like to talk to Wayne, Haruki?” “Of course,” I said, practically at a loss for words. He called Wayne Shorter in Florida and handed me the phone. Basically what I said to him was that I had never heard such amazing music before or since. Life is so strange, you never know what’s going to happen. Here I was, 42 years later, writing novels, living in Boston and talking to Wayne Shorter on a cellphone. I never could have imagined it.

When I turned 29, all of a sudden out of nowhere I got this feeling that I wanted to write a novel — that I could do it. I couldn’t write anything that measured up to Dostoyevsky or Balzac, of course, but I told myself it didn’t matter. I didn’t have to become a literary giant. Still, I had no idea how to go about writing a novel or what to write about. I had absolutely no experience, after all, and no ready-made style at my disposal. I didn’t know anyone who could teach me how to do it, or even friends I could talk with about literature. My only thought at that point was how wonderful it would be if I could write like playing an instrument.

I had practiced the piano as a kid, and I could read enough music to pick out a simple melody, but I didn’t have the kind of technique it takes to become a professional musician. Inside my head, though, I did often feel as though something like my own music was swirling around in a rich, strong surge. I wondered if it might be possible for me to transfer that music into writing. That was how my style got started.

Whether in music or in fiction, the most basic thing is rhythm. Your style needs to have good, natural, steady rhythm, or people won’t keep reading your work. I learned the importance of rhythm from music — and mainly from jazz. Next comes melody — which, in literature, means the appropriate arrangement of the words to match the rhythm. If the way the words fit the rhythm is smooth and beautiful, you can’t ask for anything more. Next is harmony — the internal mental sounds that support the words. Then comes the part I like best: free improvisation. Through some special channel, the story comes welling out freely from inside. All I have to do is get into the flow. Finally comes what may be the most important thing: that high you experience upon completing a work — upon ending your “performance” and feeling you have succeeded in reaching a place that is new and meaningful. And if all goes well, you get to share that sense of elevation with your readers (your audience). That is a marvelous culmination that can be achieved in no other way.

Practically everything I know about writing, then, I learned from music. It may sound paradoxical to say so, but if I had not been so obsessed with music, I might not have become a novelist. Even now, almost 30 years later, I continue to learn a great deal about writing from good music. My style is as deeply influenced by Charlie Parker’s repeated freewheeling riffs, say, as by F. Scott Fitzgerald’s elegantly flowing prose. And I still take the quality of continual self-renewal in Miles Davis’s music as a literary model.

One of my all-time favorite jazz pianists is Thelonious Monk. Once, when someone asked him how he managed to get a certain special sound out of the piano, Monk pointed to the keyboard and said: “It can’t be any new note. When you look at the keyboard, all the notes are there already. But if you mean a note enough, it will sound different. You got to pick the notes you really mean!”

I often recall these words when I am writing, and I think to myself, “It’s true. There aren’t any new words. Our job is to give new meanings and special overtones to absolutely ordinary words.” I find the thought reassuring. It means that vast, unknown stretches still lie before us, fertile territories just waiting for us to cultivate them.

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I consigli delle nonne

Accade invariabilmente che il punto di partenza della saggezza sia la paura. Recita così un detto popolare sulla saggezza copiato e incollato da Wikiquote.

E infatti oggi, anche se viviamo nell’epoca del voyeurismo digitale, abbiamo sempre uno stragrande bisogno di saggezza popolare, soprattutto se dispensata da una nonna simpatica e arzilla (la mia diceva sempre di fare qualsiasi cosa sotto le coperte, ma di non parlarne mai dopo, perchè avrei perso credibilità… era avanti!).

Nascono così i grandmother tips del copywriter Chacho Puebla, un progetto fotografico sul social network Behance Network che unisce l’utile al dilettevole e coinvolge tutta la sua famiglia, sorella e prozia comprese… 

(Source: grandmothertips)

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Bendch, la panchina che si fa pubblicità

Quando passeggio mi diverto a scovare i manifesti pubblicitari più belli (questo li supera tutti). E’ più forte di me, vedo qualcosa che mi piace e mi trasformo nella giapponese di turno: mi avvicino circospetta, lo fotografo, lo scruto e osservo incuriosita (a differenza dei giapponesi mantengo sempre l’anonimato).

L’unico problema è che questi manifesti sono dappertutto e alla fine succede che arrivo spesso in ritardo. Perchè sono troppi, troppo Colorati, troppo Ansiogeni, troppo Zeppi di immagini, troppo Zuppi di scritte, troppo Originali. E quindi? Quindi è un caso di eccessiva distrazione che potrebbe essere risolto da Bendchil nuovo concept di David Szabo, pensato per rendere funzionali e meno invasivi i miei amati billboard.

A metà tra una panchina e una nuova forma di affissione, Bendch ha uno speciale sensore che capta il passaggio delle persone e attiva il suo schermo mostrando video e immagini ad hoc. Dopo alcuni minuti la parte superiore si abbassa come per magia e consente di sedersi. 

Utile, nuovo, geniale: potrebbe diventare una piccola rivoluzione nell’advertising degli spazi pubblici (ma i giapponesi smetteranno mai di fare foto?)…

(Source: bendch)

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